IL CANTASTORIE DELLA VITA


Piazza della Scala in Trastevere (Roma)

da "Il Convivio" Anno XIII n. 2 Aprile-Giugno 2012 n. 49

La poesia è un mistero da vivere con ironia ed umiltà.
Intervista a Gabriella Quattrini

a cura di Anna Manna

Il fatto è che sei simpatica! Come è simpatica la vita quando c’è il sole, come quando ti piace il giorno che ti prepari a vivere, quando dimentichi tutto e poi tutto ritrovi come prima. A conoscerti si finisce per considerarti un sorriso, una stretta di mano, un guizzo degli occhi capaci di dirti brava, quando senti che il cuore s’è impegnato in qualcosa che vale. Reggi bene la scena, e i sentimenti li porti al guinzaglio come fossero tanti cagnolini. Tutti i sentimenti, non parlo soltanto dell’amore. Anche il rispetto, l’amicizia, la solidarietà. Ma su tutto mi piace il tuo sguardo malandrino quando strizzi l’occhio e sembri dire al mondo intero: “E no, a me non mi fate scema!” Così, questa ventata di consapevolezza antica, questo sapere tra le righe il mondo, ti rende un po’ fata ed un po’ zia di tutti. Sono sicura che sai preparare deliziosi biscotti, che sai ricordare momenti incantati, come la vetrinetta buona del salotto che, quando la apri, ti regala ancora il profumo dei cioccolatini che ha custodito per settimane. Mi piace sorprenderti con le mie poesie, con i miei Balli in maschera - a proposito ti ricordi che è successo quando recitasti al Caffè Strega in Via Veneto quella mia follia di poesia, appunto Ballo in maschera? - con i miei innamoramenti sulla carta. E tu che mi guardi di traverso come una “fatina al contrario” che cerca la realtà nel sogno! Mi piace solleticare la tua curiosità, così la mia indole, multiforme ed in continuo cambiamento, ti regala versi da leggere: ora d’amore, ora di fede, ora di madre, ora d’innamorata. E tu? E tu mi credi sempre, e tu non mi credi mai! Questo doppio registro, questo tuo ammiccare verso l’incredulità e nello stesso tempo questo tuo abbandonarti comunque ai miei versi, ebbene credo che questo tuo doppio sguardo sia la nota affascinante della tua personalità. Così candida nell’adesione alla vita, gazzella come ti chiami tu stessa, e così consapevole, così adulta, così realistica. È il tuo segno, il tuo karma, il tuo profumo. Le mie poesie bevono questa doppia essenza e quando tu le leggi le svesti con l’ironia e le fai librare nell’aria con l’incantevole, pudica, dolcemente fanciulla, capacità di sognare! Avrei voluto dirtelo a voce tutto questo, ma non c’è mai tempo per parlare sul serio, così te lo scrivo ora, prima d’intervistarti.

(Anna Manna) Fare poesia per te è stata una condizione esistenziale, un mestiere, una scommessa?
(Gabriella Quattrini) Ho iniziato a fare poesia da bambina. È stato stupendo scoprire come dentro di me viveva un’Anima che possedeva matite speciali, in grado di colorare anche le pagine più nere della mia Vita e trasformare in poesia le brucianti ferite del passato

Credere in se stessi significa prendersi sul serio sempre? L’ironia è tua compagna da sempre, ed è una compagnia elegante, ti ha molto arricchito. Quale scotto si paga all’ironia?
L’ironia è una prerogativa delle persone simpatiche. Importante che l’ironia non sia disgiunta dall’umiltà. L’immediatezza della tua poesia è sorprendente. Come ti poni verso i critici? Quando scrivi pensi alle critiche che verranno oppure la poesia per te è libertà totale? Il Poeta che scrive Poesia e non versi non si pone il problema. La Poesia non è un problema da risolvere ma un mistero da vivere.

Appartieni a una famiglia di artisti. Come ti sei trovata nei confronti di tua sorella, attrice? Vi siete capite subito, oppure il passare del tempo ha migliorato il rapporto? È un rapporto basato sulla parentela, l’affetto e basta, oppure sono in gioco anche interessi culturali, l’amore per l’arte conta nel rapporto con tua sorella?
Io non ho mai amato i copioni. Inizialmente una pedana in mezzo alla Piazza rappresentava il mio palcoscenico di stelle dove cantare la mia Vita proprio come un cantastorie. Questa mi dava la possibilità d’improvvisare, libera da ogni ingranaggio che avrebbe tarpato le ali della Fantasia. Recitare vuol dire spogliarsi ogni volta dei propri panni e dire cose, in cui spesso non credi. Perché non congeniali al tuo mondo. I miei panni sono quelli di un saltimbanco. Amo e stimo la professionalità di mia sorella Paola ma non l’ho mai invidiata. Le matite colorate della mia Anima mi hanno impedito di fare l’Attrice.

Sei molto amata a Roma, com’è il rapporto con questa tua città?
Ho iniziato a scrivere nel mio dialetto. Questo mi ha agevolato a esibirmi nelle Piazze romane. Il mio primo esordio fu Piazza della Scala in Trastevere. Da allora sono diventata per i romani un personaggio da amare. Me ne accorsi perché mi chiamavano per nome. E quando un romano ti chiama per nome, vuol dire che gli sei entrata dentro.

Dimmi un verso o una poesia che ti somiglia!
Le poesie non hanno figli e figliastre. Le amo tutte. Tutte e ognuna di esse sono espressione della mia Anima.

La poesia ti ha donato più felicità oppure è stata sofferenza, elaborazione sofferta dei sentimenti, delle emozioni?
La mia Vita è stata attraversata dal male oscuro della depressione. La Poesia mi ha sempre aiutata a venirne fuori.

Sei madre di un musicista, due artisti che si esprimono su due linee diverse: hai parlato con lui in poesia?
Molti anni fa ho collaborato con diversi musicisti. Univo le mie parole alle note della loro musica. Un giorno mio figlio mi affidò una sua musica. Io accettai con gioia. In quell’occasione arrivammo primi classificati al Festival Europeo dell’UNICEF. Ricordo che quando gli consegnai il testo la sua espressione fu “Ma tu sei un mostro”. Durante il corso degli anni ogniqualvolta gli chiedo di fare una canzone insieme mi risponde: Abbiamo già vinto!

L’Amore che posto occupa nella tua poesia?
Ti rispondo con una considerazione”sconsiderata.” Anche la Felicità di un Attimo è Amore se tu lo sai godere con chi te lo ha donato. Avvertine il passaggio da dove venga o dove vada poi non è importante: quell’attimo era tuo… era per te. Il mio Amore per la Libertà mi ha impedito di diventare dipendente dell’Amore. Sono inoltre convinta che L’Amore vero è quello che nasce insieme a noi e che nessuno mai potrà darci. Credo nell’Amore come proiezione del nostro mondo, L’Amore è scambio, è conoscenza. Dipende dalla nostra ricchezza interiore.

Cosa vorresti dire ad un giovane di oggi che si sente poeta?
La Poesia non s’insegna elargendo consigli. Sarà la consapevolezza stessa che suggerirà cosa fare.

 
 

IL COMPAGNO BAIOCCHETTO
di Gabriella Quattrini
(Ed. Terre Sommerse, Roma 2009)

Da una decina d’anni ho avuto molte occasioni, sempre gradite, di leggere (e commentare o presentare) molte opere di Gabriella Quattrini: da “Trilogy” (con le tre plaquettes “Anfiteatro senza tempo”, “Considerazioni sconsiderate” e “L’amore... un fantoccio ricoperto di stracci”) ad “Anima in corsa”; da “L’anticamera del paradiso” (edite da Nuova Impronta) a “Il sole pianse... e fu poesia” (edita da N. Calabria); fino a “E l’alba parlò”, edita da Terre Sommerse che –nella Collana “È Tempo di Cultura” diretta da Nadia Angelini e Maddalena Rispoli– ora ospita la più recente performance letteraria, con titolo “Il compagno Baiocchetto” e doppio sottotitolo: “Palcoscenico di stelle” e “Una vita inventata... interamente vissuta”.
Va subito detto che “Il compagno Baiocchetto” –dedicato dall’Autrice a suo padre usandone il soprannome attribuitogli dagli amici– reca due qualificati imprimatur.
Il compianto Italo Evangelisti, nella sua nota “Al saltimbanco della fantasia”, così scriveva: Gabriella, imbevuta di fascinosa fantasia fino all’osso, indora la pillola del vivere, ingoia comunque i suoi personaggi vagamente pirandelliani e tipicamente romani, definendo l’opera una iniezione indolore che pure punge e sparge il suo medicamento dopo una ostinata e pstentata frizione sulla cute; come a voler rasserenare: “La vita è questa, ma stai tranquillo!”.
E così Elio Pecora puntualmente osserva: C’è molta grazia e vivezza nei suoi racconti, anche dove la malinconia assottiglia i pensieri.

Questo suo stare fra creature toccate e solo immaginate, tutte portandole nella giornata che pulsa e si consuma, mi ha divertito e commosso. Ben risolta anche la commistione di prosae di versi.
Resta ben poco da aggiungere a tali acute considerazioni sull’approccio con la scrittura creativa da parte di Gabriella Quattrini che, di “Pane e Poesia”, così sa nutrirsi: “Riprendo la mia penna / e mi regalo il mondo... / quanto mi sento ricca!!! // È una della cose che se voi non capite / non potrò mai spiegare”. Eppure, a spiegarlo, ci provo lo stesso.
Un testo va sempre esaminato come ai “raggi X”, o con qualcosa di simile ad un ecografo o una TAC, per scoprirne ossatura e nervatura. Se si tratta di Gabriella Quattrini, servono più strumenti di quel tipo e più scansioni, perché i suoi testi recano impressa nel profondo una doppia filigrana: vi convergono sia l’anima poetica sia l’anima teatrale. Lei lo sa bene e lo dice, ricordando l’esordio con il pubblico trasteverino: Quella fu la prima violta che ebbi la piena consapevolezza di possedere un animo di saltimbanco recitare i miei versi, imiei monologhi in mezzo alla strada per persone di tutti i ceti, analfabeti e letterati, tutti, indistintamente, liberi di fischiarti o applaudirti, dove niene si fa per compiacenza, era il mssimo a cui potessi aspirare.
C’è quindi una doppia mimesi nelle sue opere: quella esclusivamente poetica convive di volta in volta si ritrae o si sovrappone con quella del “Poeta in scena”, che si oggettivizza, si aliena, prende le distanze anche da sé. In tal senso “Il respirodella vita” espone il “manifesto programmatico” dell’Autrice con il perentorio iperativo: difendi la tua Vita dai marosi, / proteggi i sogni, salva gl’ideali / con quelle cose che, da sempre, ami.
Nel suo essere Poeta alle luci della ribalta, Gabriella tra un atto creativo e l’altro frequentemente cambia veste, o pelle o scorza, per assicurarsi e assicurare chi legge o ascolta che l’apparire poetico è pienamente adeguato all’essere dell’io poetante. È convinzione assai radicata in lei e lo afferma con determinazione nella sua “Introduzione” al libro: La Verità, la Libertà, la Fede non sono un’eredità che ereditiamo, ma la conquista di ciò che conquistiamo scavando notte e giorno fio atoccare il fondo. Ho ingaggiato furiosi corpo a corpo con questa mia pazzia per impedile di mettermi in ginocchio.
La capacità, da un lato, di penetrare, interpretare e trasfigurare sia quanto la circonda sia quanto in lei ribolle e, dall’altro, di dirlo al meglio le consente di passare dal piglio del menestrello o dai toni affabulatori del cantastorie al lirismo che implode nei versi ora con drammatica intensità, ora con delicata dolcezza. Il che – le va dato atto – le riesce spesso anche da un verso all’altro. Eccone un esempio altissimo in “Anfiteatro senza tempo” (rivolta alla sorella Marisa scomparsa anzitempo): Dimentica quei brutti fiocchi neri / per ricordarti solo di un bel fioccone azzurro / che mamma ti annodava tra i capelli.
Del personalissimo “modus poetandi” di Gabriella Quattrini, vanno anche posti in risalto gli elementi di fondo della “miscela” che ne attiva il “motore” emotivo. È ancora lei a dirlo in “Non ci sarà la luna”: È tempo di rifare la valigia. / Nel cuore dondola la maliconia, / Una bandiera bianca senza gloria, / tremante al vento delle mie illusioni, / scendendo dal pennone, par che dica: / “Solo Dio è na storia senza fine... / non voltarti... non ci sarà la luna”.
La miscela è nel trittico Amore-Pensiero-Fantasia: è vero che non si tratta di novità per le cucine e le ricette dei poeti, ma è soprattutto vero che più degli ingredienti conta la varietà del loro “impasto”. E qui Gabriella interpreta una parte importante: da grand gourmet.
L’“ingrediente” amore è suo irrinunciabile ed onnipresente lievito poetico: c’è l’archetipico eros, che cede solo a thanatos e, tra l’alfa e l’omega della vita, ne è principio primo; c’è l’amore universale e filiale, materno e fraterno; c’è quello non corrisposto o conquistato, cercato o non trovato, e comunque inafferrabile poiché, come scriveva François de la Rochefoucauld, “Il vero amore è come i fantasmi: tutti ne parlano, ma pochi l’hanno visto”.
Analoga ampia gamma si riscontra per l’“ingrediente” poesia: c’è la poesia che dà gioia o esalta o redime; c’è la poesia amica e salvifica; la poesia che dà forza sconfinando nella pietas.
Le intime energie – amore e poesia – non appagano Gabriella, né l’appaga la ragione, il pensiero. Di qui la sua ansiosa ricerca di vie di fuga: anzitutto la fantasia e quel suo fondamentale corollario che è il teatro, se è vero che – lo ha affermato Jean Louis Barrault – che “Il Teatro è il primo siero che l’uomo ha inventato per proteggersi dalla malattia dell’Angoscia”.
In definitiva il trittico Amore-Pensiero-Fantasia è, nella sua opera, generatore
di amore nella molteplicità delle sue pulsioni, di riflessione che va dal razionale al metafisico, di fantasia altrettanto sconfinata; trittico che, pur così variegato, si condensa in una parola sola – Libertà – e nel suo “nocciolo duro”, nella sua massima espressione che è l’arte in ogni forma espressiva: dalla pittura alla letteratura alla musica.
Non c’è pagina che non sia imbevuta, anzi inzuppata, nel suo innato “brodo primordiale” che fa da lievito incessante ai moti dell’animo e li materializza in parole ora scritte, ora recitate, ora cantate: segni, immagini, suoni, armonie, tutte impronte, da lei rese visibili, della dimensione dello spirito, quella che (come scrive nella chiusa di “Alla Fantasia”) fa sì che niente invecchi attorno a me / e mi ubriaco / di questo Amore eternamente giovane. È la punta dell’iceberg di un pensiero positivo, asse portante di ogni scritto di Gabriella sia che parli di sogni e desideri o di affetti e memorie, sia che tratti grandi temi quali l’amore, la vita, la morte.
“Il compagno Baiocchetto” ha ulteriori pregi: da un lato è una rinnovata conferma delle doti di Gabriella Quattrini nel saper sempre offrire ai lettori un ben dosato mix di prosa e poesia; dall’altro è preziosa testimonianza del contesto culturale, sociale e politico filtrato da memorie personali e familiari della propria quotidianità e crescita – viste in quel contesto – e non è poco.
È anzi moltissimo, se si considera che non è da tutti riuscire a muoversi con scioltezza e senza inciampi nel campo infido della parola sia quando è scritta o recitata o cantata, sia quando si allinea in versi o si distende in prosa (ma la prosa dell’Autrice è tendenzialmente poetica), sia quando è espressa in lessico corrente o in vernacolo. Gabriella Quattrini lo fa con la genialità e la disinvoltura che contraddistinguono il cantastorie o menestrello da cui, come ama dire di sé, si sente posseduta.

Raimondo Venturiello

Il Compagno Baiocchetto
di Sandro Bari

Scrissi, qualche anno fa, dedicandolo ad una sua pubblicazione, “Quell’Amore di Gabriella”. Frase a doppia valenza, che rappresentava due realtà: il fatto che Gabriella Quattrini fosse “un amore” di persona e di donna, ma anche il modo di Gabriella di intendere, di vivere, di soffrire l’amore. Confermo quello che scrissi allora. Ho letto quasi tutto dei suoi scritti, ho ascoltato la sua voce in dialogo, in poesia, in recita, al telefono. Potrei dire che in ogni sua espressione è sempre lei, non finge mai o finge sempre. Come non si può entrare totalmente nello spirito di un poeta senza immaginarlo nei suoi lineamenti, nella sua epoca, nei suoi vestiti, tra i suoi libri, così non si può apprezzare pienamente Gabriella senza entrare nel suo personaggio. Lei che si descrive spesso aprendo il suo intimo senza lasciarvi penetrare alcuno, lei che taglia corto all’improvviso quando vuole, lei che si confida senza farlo appieno, lei che se ne infischia della gente e di cosa pensa, lei che sembra recitare sempre e invece forse non recita mai, oppure tutto il contrario.
Questa sua opera recentissima, questo suo susseguirsi di racconti di vita, di una vita che è intimamente sua e che sembra voler condividere, dà l’idea di una Gabriella più remissiva, più posata. Come se ad una certa età, raggiunta una certa maturità, si potesse diventare improvvisamente seri, grandi. No, lei è sempre quella che soffre ancora in silenzio dei torti patiti da bambina. Non si può, o almeno, io non posso non capirla. Quelle piccole cose come lo schiaffo preso solo per aver disubbidito, e aver disubbidito solo per cogliere la rosa più bella per la mamma. Quella rosa caduta e sfogliata a terra, il silenzio senza giustificarsi, il dolore incassato per l’ingiustizia del destino: queste non sono cose che si dimenticano. E il tormento sofferto per la tracotanza, la violenza del prete che vorrebbe esorcizzarla. L’impossibilità di difendersi dall’incomprensione, dall’autorità, dalla prepotenza. La rabbia, il desiderio di vendetta: cosa c’è di più umano, di più condivisibile, di più saggio, ma anche di più inconfessabile? Lei lo confessa. Come confessa quell’atteggiamento spavaldo, quasi aggressivo che ancora oggi è suo, quando non temeva di mostrasi nuda al sole in terrazza, sapendo che qualcuno la spiava, sicuramente divertendosi pure a creare scandalo.
La sua lontananza dagli schemi, la sua capacità di sognare e di illudersi, tutto è ancora in lei come una volta. Come quando vedeva miriadi di stelle nelle scintille della mola dell’arrotino. Ma anche come quando, da grande, si nascondeva dietro una pianta di azalea per godere non vista il successo del figlio musicista. E come un’immagine solo intravista, o sognata, bastasse in ogni momento a portarla in un’altra dimensione, in un’altra realtà: quella della poesia. Quale poesia? “Son forse un poeta”, si chiede spesso? O sono forse “il saltimbanco dell’anima mia”? Sì, Gabriella lo è interamente: lo è col berretto a sonagli, col vestito di stracci, coi colori arlecchino, tra le nuvole o in terra.
“Il compagno Baiocchetto” è il tenero ritratto del padre di Gabriella. Quel padre forse, anzi senz’altro, reprensibile per certi comportamenti non troppo rispettosi della fedeltà nuziale. Ma tenero, giusto, generoso e soprattutto libero. Gabriella gli perdona i torti coniugali, perché è interamente e indiscutibilmente sua figlia, perché ammirazione e l’amore sono più forti della riprovazione, perché lui le ha insegnato, le ha geneticamente instillato quello che è il lato determinante della sua personalità: l’essere liberi. Da lui e per lui Gabriella è libera e ribelle, sconveniente, insofferente alle discipline e alle divise, ai grembiuli neri, ai rimbrotti dei superiori, agli atteggiamenti sottomessi.
Gabriella recita ogni istante il suo personaggio in un palcoscenico di stelle, con un boccascena fatto di sogni splendenti. “Quattro tavole in croce” senza neppure una luce o un microfono, quello le basta. Non ha bisogno di studiare, di prepararsi. Non deve neppure leggere la parte: è pronta, sempre, perché è la sua anima che recita quello che ha dentro. Usa il suo corpo con arte innata: ha sempre saputo utilizzare la sua avvenenza anche solo per il gusto di leggere negli occhi degli uomini il desiderio e, forse, in quelli delle donne il biasimo, se non l’invidia. Non teme di mostrarsi, si compiace: quando siede, si guarda intorno come per guatare la preda; quando si alza, si aggiusta il vestito accomodandolo morbidamente sui fianchi, come accarezzando le sue forme. Il pubblico è lì, è suo, è tutto suo. E lei è pronta a darsi. Può prenderlo con una poesia, con un racconto, con le movenze, con i gesti. Le sue mani veleggiano verso quei sogni: disegnano forse, oltre agli anfiteatri senza tempo, anche i giardini della sua piazza Bernini, il getto della fontanella al mattino presto, i rampicanti dei suoi balconi, i cestini delle merende calati dalle finestre, i raggi del sole tra i lecci, i volti delle persone amate e mai dimenticate, i richiami della mamma, la scafetta del padre, il cinguettio delle sorelle. Questa è la Gabriella di sempre, che in questo libro si svela un po’ di più.

Sandro Bari

GABRIELLA QUATTRINI, CANTASTORIE E MENESTRELLO D'AMORE
Intervista ad una grande artista romana

di Fausta Genziana Le Piane
da il Giornale di Rieti venerdì 16 maggio 2008

Gabriella Quattrini, poeta, attrice, autrice di canzoni e testi teatrali, appartiene ad una nota famiglia romana d’attori, artisti e musicisti. Ha scritto una commedia musicale in dialetto romano “Inventati l’Amore insieme a me”, commedia che lei stessa ha rappresentato in varie città italiane. Incide dischi e sigle per la televisione con il maestro Stelvio Cipriani. Fine dicitrice dell’Unione Lettori, è stata anche protagonista dell’Estate Romana. Tra gli ultimi lavori, un CD di poesie, “Con gli occhi della mente”, interpretato dall’Autrice e musicato dal figlio Massimo Morioni, jazzista di livello internazionale.

È appena uscito il tuo ultimo libro intitolato “Il sole pianse e fu poesia”: quale è il messaggio di questo libro?
“Il sole pianse… e fu poesia” è stato scritto con l’intento di dimostrare che, come la fenice, si può risorgere dalle ceneri. Ma per poter seguitare ad amare la vita anche dopo vicissitudini dolorose è indispensabile saper indossare un berretto a sonagli per buttarci dentro sempre più favole… sempre più sogni. Questo berretto non mi abbandona mai.

La poesia nasce dal dolore?
La mia poesia nasce dalla mia vita estremamente interessante molto più ricca di un romanzo carico di fantasia. E’ la mia vita che mi regala le emozioni che io racconto. Io sono un poeta che non s’inventa niente. Mi nutro del mio Amore sempre più colorato.

Che cos’è la musica, così presente sempre nelle tue opere, per te?
Conta avere un figlio jazzista?Io, da bambina fui esorcizzata perché sentivo la musica. Qualcuno confuse la musica nata insieme a me con quella del diavolo. Anche dopo esorcizzata continuai a sentire la mia musica, ma non ne parlai più con nessuno: essa rimase il mio dolce segreto. Aver messo al mondo un musicista, posso spiegarmela come una bella favola che la mia vita ha voluto regalarmi.

Che cos’é l’amore?
L’Amore è quello nato insieme a me. L’Amore è una proiezione. Ci fa cercare nuovi modi di confronto. L’Amore è tale se diventa scambio e conoscenza. L’Amore se è dolore bisogna chiamarlo con un altro nome.

Ami definirti cantastorie: perché?
Perché ho avuto la possibilità di unire sempre la parola alla musica. I meravigliosi musicisti che ho incontrato, compreso mio figlio Massimo Moriconi, mi hanno permesso di trasformare la mia vita in un meraviglioso assolo di musica e poesia. Anche quattro tavole traballanti io riesco a trasformarle in un palcoscenico di stelle. Per questo la gente mi ama… perché si ritrovano nelle favole che racconto loro.

La notte che avevo chiuso in rosso
in una tasca vuota ho ritrovato un resto.
La notte che volevo il Paradiso
un vagabondo mi regalò due ali.
Ed io volai più lontano che potei
ed io toccai mare e cielo insieme a lui.
Stringevo la mia vita fra le dita
con quello che, da sempre, è più di me.

UN'ORA PER GABRIELLA QUATTRINI
di Fausta Genziana Le Piane

Avete un’ora libera da dedicare a voi stessi? Sedetevi comodamente, accendete il computer, connettetevi e cliccate sul sito www.gabriellaquattrini.it
Appena aperto il sito, sull’home page due occhi verdi vi vengono incontro ammalianti e quasi mettono soggezione tanto vi fissano con attenzione.
Provate ora a sfogliare il sommario: ogni rubrica è una scoperta. Una scoperta dell’indubbio talento di Gabriella, ma anche della folla di fedeli estimatori che da sempre si entusiasmano ad ogni sua nuova produzione: da noti critici, come Sandro Bari, Giorgio Carpaneto, Claudio Angelini, Salvatore Veltre al pubblico delle piazze di Trastevere (Dicono di me).
Tra le ultime accattivanti iniziative ricordo la pubblicazione a puntate sulla prima pagina del sito della Consulta delle donne di Wanda Montanelli di Palcoscenico di stelle e la serie di Considerazioni Sconsiderate, tuttora consultabili, che vedono andare a braccetto massime e pensieri di Corrado Calabrò e Woody Allen, di Elena Clementelli e Emily Dickinson.
Continuiamo a sfogliare il sommario. C’è la Poesia, certo, (Amica mia Poesia) quella di Anfiteatro senza tempo, quella de L’amore è un fantoccio ricoperto di stracci, ma ci sono anche le cartoline d’autore (vere cartoline con poesie scritte dall’Autrice, quali All’alba ti ho trovato, E fu subito Eva ecc), c’è la narrativa di E l’alba parlò, La vita in un sedicesimo, L’angelo Burk, Il salotto di Gigi, Eternamente insieme in un castello inglese, Una nuvola piena di coriandoli, c’è la commedia musicale in due tempi Inventati l’amore insieme a me, le poesie in dialetto romanesco.
I fili conduttori sono due: la musica e gli occhiali.
La musica per Gabriella Quattrini è strettamente legata alla poesia, ne è parte costitutiva ed integrante (Poesia e Musica): lasciatevi cullare dalla voce di Gabriella accompagnata dalle melodie del figlio, Massimo Morriconi, contrabbasso, e da Alessandro de Gerardis, piano in Con gli occhi della mente.
Cliccate su Cartoline d’autore: due occhi vi fissano da una cartolina poetica; aprite la rubrica Io cantastorie e Gabriella con gli occhiali dalla montatura bianca sorride in una foto scattata in casa; arrivate così agli occhiali rosa di Inventati l’amore insieme a me.
Gli occhiali (e Lei ne indossa di stravaganti ogni volta che la si incontra) sono una delle metafore preferite di Gabriella: una maschera che nasconde e permette di osservare senza essere visti, ma una maschera che anche rivela. Gli occhiali ci dicono che mettendo una barriera tra Lei e il mondo, l’Autrice non vuole soffrire e desidera colorare la realtà a sua immagine e somiglianza.
Il rosa è il colore della Quattrini, il colore delle bambine nella nostra società -e Gabriella ancora lo è-, il colore della vita vissuta in bellezza ed allegria. E’il simbolo della tenerezza, della femminilità (è un rosso attenuato, spogliato del suo carattere bellicoso) e della dolcezza.

Fausta Genziana Le Piane
Note biografiche: poetessa, scrittrice, saggista... vai al sito
(prima disattiva il sottofondo)

QUELL'... AMORE DI GABRIELLA

Un fantoccio? Una cartocciata? Una considerazione? Cos’è l’amore per Gabriella Quattrini?
Semplice: l’amore è tutto, alla base di tutto; per “lui” si lavora, si pensa, si scrive, si balla, si vive.
Tutto è quindi in funzione di “lui”… ma chi è questo “lui”?
Non è un uomo in particolare, un marito o un amante, o un figlio o un amico: è l’Amore stesso e fine a se stesso, cioè alla stessa voglia o necessità di vivere.
E’ l’amore sensuale, tenero, violento, etereo, fantastico, infinito.
E’ quello che nella vita porta “a considerazioni sconsiderate”, che ci conduce in volo ad un “anfiteatro senza tempo”, è quel “ fantoccio ricoperto di stracci” intorno al quale si consuma tutta l’esistenza alla ricerca della verità.
E proprio questi sono i titoli della raccolta che formano la “Trilogi” di Gabriella Quattrini da poco pubblicata dalla Nuova Impronta Edizione.
I versi di questa “cantastorie dell’Amore” fluttuano come onde verso la riva, senza tregua in un’eterna ricerca, e basta solo qualche espressione a farcelo capire:
“Un amore digiuno inghiotte fantasia, “dimostrerò con le mie favole/che ogni amore terreno ho consumato”, “ questo mio vecchio ma testardo Amore/che più colpisco e più non vuol morire”
Gazzella, soldato di ventura, poetessa pazza, in ognuna di queste vesti, o indossando un berretto a sonagli, ha inventato l’amore: un irragionevole Amore che si chiama Fantasia: perdutasi nell’immagine irrealizzata dell’uomo che non c’è, trova la più grande espressione del sentimento nei versi rivolti al figlio, alla sorella Marisa che non c’è più.
E la ricchezza inesauribile di fantasia fa sì che anche la Morte sia vista senza terrore, come un semplice biglietto d’ingresso in quell’Anfiteatro senza tempo, dove presentarsi con l’anima “vestita d’arlecchino” sperando che l’Amore che è avanzato sia riposto “in un cuore appena nato… potrà vivere ancora.” E dove, infine “confonderanno l’ultima mia lacrima, con una goccia di quel mio profumo”.

Sandro Bari
Redattore capo della rivista Voce Romana

SEI DOMANDE
formulate dal prof. Giorgio Carpaneto

“Da quando racconti i sogni come una realtà e la realtà come sogni?”
Avrei voglia di affermare che già nel ventre di mia madre io m’inventavo il sole e con esso il mio “palcoscenico di stelle”.
La bambina sulla copertina sono io che a due anni già pretendeva di volersi raccontare (quando parlo di lei mi viene spontaneo di usare la terza persona)
Questa bambina un giorno confidò a una sua zia “bigotta” un suo segreto: sentiva nel cuore una musica che non era una musica, un suono di violini che la proiettava su un “palcoscenico di stelle”.
Un sacerdote che aveva la “licenza” di esorcizzare sentenziò che quella bambina era posseduta dal demonio. Un giorno “questo santo uomo” esorcizzò la bambina gettandola sulla gradinata dell’altare maggiore. La bambina da quel momento imparò a piangere dentro e non raccontò i suoi segreti più a nessuno. Le parlarono talmente tanto del diavolo che la fecero litigare con Dio.
Pensando alla musica di questa bambina io, per consolarla, a distanza di tanti anni mi sono inventata la favola dell’Angelo Burk. Favola che ho riportata in “ e l’alba parlò”

“Ha valore per la tua poesia l’ironia quale fattore che ti allontana dal contingente e ti libera da una aderenza alla realtà?”
La mia ironia si avvicina all’ironia socratica, m’interrogo e interrogo fingendomi ignorante per arrivare a trovare in me e negli altri le verità che cerco da sempre. Artatamente gioco con le mie parole, dissimulando, in modo derisorio, il mio pensiero con metafore non perfettamente inerenti ad esso. Spesso nelle mie provocazioni e nella confusione che esse comportano alla mia mente io vi trovo quelle risposte che mi aiutano a capire quale verità mi aderisce addosso. E da quel momento la faccio mia.

“Ci sono in te i protomi del surrealismo fusi con un neorealismo magico?”
Se tu intendi appiccicare un pezzo di fantasia su un fondo di realtà mi ritengo il più grande “attacchino” della terra. Da sempre ho fuso il sogno con la realtà perché il sogno si nutre di magia.

“Credi nella magia dell’arte?”
Poiché l’arte è l’espressione del pensiero, chi la produce libera quello che ha nel più profondo dell’animo, placando, al pari di uno “stregone” quella realtà che potrebbe disturbare il proprio equilibrio.
Questo mio ruolo di acrobata io lo spiego nella poesia “Un trapezio di filo rosso”

“Cosa intendi per Amore? Un fluire di tanti sentimenti affettivi o un mondo di memorie che, continuamente, affiora nel tuo spirito?"
Il mondo di memorie che affiora nel mio spirito è il fluire di tanti sentimenti affettivi. Per me l’amore è proiezione. L’amore è il mondo nato insieme a me che io proietto in mondi diversi. E quando questo bagaglio d’amore mi torna indietro arricchito dal mondo dell’altro io lo riproietto ancora e ancora per arricchirlo sempre di più.
Solo così l’amore si trasforma in scambio e conoscenza.
Se hai un mondo d’amore non puoi chiuderlo nel pugno per paura di perderlo. Ma devi avere il coraggio d’investirlo, anche col rischio di perderlo. Altrimenti la vita non avrebbe senso.
Forse per questo da sempre rincorro un amore metafisico nel mio palcoscenico di stelle, proprio per la mia incapacità di poterlo “umanizzare”.

“Da che parte la tua idea dominante della fantasia?”
Dal grande amore che ho per la vita e la fantasia mi regala quelle favole che me la fanno amare ogni giorno di più.

note biografiche in "... e l'alba parlò" nella rubrica "non solo poesia"

E L’ ALBA PARLO’
commento di Claudio Angelini Jero

   La vita, ogni vita individuale, è parte d’un illimitato, affascinante mistero che tende a coincidere con l’universo stesso, se non fosse che, a detta di molti, anche l’universo non ha in sé la ragione e il fine del suo esistere, essendo somma, e non causa, di tutti i possibili modi di vita. Non addentriamoci in questioni astruse, per carità; la premessa ci serve solo per affermare, a proposito del volumetto “e l’alba parlò” di Gabriella Quattrini (Terre Sommerse editore, pagg. 20, € 5), che con esso l’autrice probabilmente tocca l’apice della sua parabola creativa con una felice sintesi di contenuti, ovverosia visione della realtà, e padronanza di stile. Temperamento forte nel suo romanticismo fatto di sentimenti profondi, e nello stesso tempo dolce quanto basti a non tradire la sua natura squisitamente femminile, Gabriella mostra, nei vari brani in prosa e in verso di cui si compone l’opuscolo, una personalità ricca d’esperienza, che si tramuta in determinate, salde convinzioni. Ella sa, ad esempio, che la ragione è molto importante, nella vita di ciascuno di noi, perché serve a stabilire confini e dare fondamenta alla nostra volontà, senza dei quali non potremmo neanche configurarci come individui. Con l’aiuto reciproco derivante dal vivere in società gli esseri umani soddisfano alle loro esigenze materiali (alimentazione, salute) e morali (libertà, conoscenza). Ecco; la ragione, sotto forma di scienza, medicina, legge, serve a mantenere strutture e infrastrutture dell’esistenza associata; diciamo in senso lato che serve a mantenere la vita, ma… Guardata da tal visuale la vita può dar l’impressione d’un contenitore, d’un alloggio, d’un apparato puramente esteriore che ci consente d’agire, di muoverci, di sopravvivere, ma che dobbiamo riempire. Di che, di arredi? Non basta; dobbiamo riempirlo con la bellezza, o importanza, di ciò che facciamo; solo così, esso avrà un significato, per noi, e verrà a far parte di noi. Gabriella Quattrini non ha dubbi, poi, su quale sia la sostanza, la parte essenziale d’ogni esperienza vissuta: essa è l’amore. Guai, pur nella semplice vita d’ogni giorno, farsi trascinare dall’abitudine e perdere l’occasione d’amare, che pure, in tante forme e modi, non mancherà di presentarsi; l’occasione capiterà ancora, certo, ma saranno la nostra mente e il nostro cuore, ormai offuscati e resi ottusi dal conformismo, a non saperla più distinguere. La nostra cara Gabriella, nel pensiero finale del suo libriccino, che rivolge con devoto affetto al poeta Giorgio Carpaneto, uno dei suoi maestri, dice d’invidiargli la fede, dal momento che lei si definisce “tendenzialmente agnostica”. Ma, aggiungiamo noi dal nostro punto d’osservazione, anche molto nostalgica di credere che al fondo di tutto il bene che ella non solo immagina, ma fa, ci sia un’esigenza, un piano universale (il concetto da cui abbiamo preso le mosse) d’amore e di ordine di cui l’uomo non è che piccola rappresentazione, o se si preferisce, microcosmo, ma a cui può dare il proprio modesto, e pur prezioso, contributo. E’ una sorta d’impegno che si contrae sin dalla nascita. Se non vogliamo che la nostra vita fugga via senza lasciar traccia, né a noi come appagamento per qualche dovere compiuto, né agli altri come ricordo di qualche bene ricevuto, dobbiamo essere forti, accettare, come dice Gabriella, ogni “anomalia” che magari era lì ad aspettarci che venissimo al mondo, come è successo a lei. Del resto, vivere una “vita giusta”, nel senso che comunemente si dà all’espressione, cioè facile, convenzionale, compromissoria, è cosa di cui è capace ogni più scialbo individuo. Una persona che valga qualcosa è attratta proprio dalle difficoltà che la condizione umana riserva, e in esse, come pure nelle cose apparentemente più comuni, è capace d’intuire, di scorgere, dei valori latenti. Come quando, all’alba, Gabriella, da piccola, aprendo una finestra, si sentiva pervasa da un inebriante odore di gelsomino, che non avrebbe più ritrovato tanto intenso nella sua vita. Gli anni si sono rincorsi, ella è divenuta mamma, suo figlio è un importante musicista. In che misura, lei ha contribuito al suo successo? O, non avrebbe per caso desiderato di tenerlo ancora per sé? E’ un rischio che si corre, nel rapporto madre-figlio. La madre sente di potergli dare tutto finché egli è nel suo grembo; ma poi, lui diventa altra persona; sarebbe innaturale lasciargli un sia pure vago rimpianto della vita prenatale. Come si vede, Gabriella Quattrini evoca in questo piccolo grande memoriale parecchie delle situazioni difficili cui è esposta una donna che al giorno d’oggi non intenda per nulla al mondo rinunciare a costruire una propria vita affettiva e nello stesso tempo non sia disposta a sacrificare i propri naturali talenti, o in campo artistico o in qualsiasi altro. Ha forse avuto, Gabriella, un rapporto non sempre facile con sua sorella, l’attrice Paola, cui peraltro è legata da grande affetto? Curiosa, l’operazione di “transfert” cui Gabriella accenna in un altro dei brani in prosa del suo libro, in cui ci svela il suo cuore; quanto le è sempre piaciuto il personaggio di Blanche, tratto da “Un tram che si chiama desiderio”, interpretato dalla sorella Paola! Ogni volta che lo ha visto a teatro, ha sentito forte il bisogno di andare ad abbracciare Paola a fine spettacolo. Ma era Paola, che voleva abbracciare, o Blanche? Si tratta, chissà, di nostalgia di sogni adolescenziali, che la nostra amica, scrittrice e poetessa, e attrice non meno brava anche lei, sente incarnati particolarmente in quel personaggio? Pervicaci, comunque, questi sogni, perché Gabriella è donna che al sogno non rinuncerebbe mai, potete starne certi. Ne volete solo una piccola prova? Eccola, presa da un componimento in versi: “All’ombra della tua visiera” (lettera al primo Amore, mai spedita): “ Nello smeraldo mare, senza fondo, / … lo sguardo all’ombra della tua visiera / … “annodata” a un cielo ancora bianco / verrò da te, leggera come vela.” Ma per caso questa capacità, quella di affrontare situazioni diverse e complesse, ricorrendo solo alla continua carica vitale che sa dispensare il sogno, non sarà anch’essa sogno, illusione? E’ un interrogativo che resta, che la ragione non sa dissipare; ma, dicevamo sopra, la ragione è l’involucro della vita, non ne è la virtù, la sostanza trainante e segreta…Ne abbiamo conferma nel brano che l’autrice intitola: “Al barbaro negriero”, in cui accenna a un nemico insidioso e tremendo: la depressione. Quanta fatica, tenerla a bada giorno per giorno! E’ come pagare un tributo vitalizio, per usufruire d’un bene, la vita, che così sembra come preso in prestito da qualche usuraio; ma non importa, bisogna proseguire, convinti di questo fatto straordinario: vivere può riservare delle emozioni, delle gioie stupende e inenarrabili, ma esse hanno un costo, e sono tutti gli altri momenti che mettono a dura prova la nostra sopportazione. Proseguire, dunque, finché…una bella donna, con labbra sensuali, voce suadente e incedere regale ci convinca a seguirla, magari mentre stiamo rincorrendo l’ennesimo sogno. E, come dice Gabriella con stupenda immagine, accolga il nostro invito a toglierci dal cuore l’amore residuo, a riporlo con le sue bianche mani nel cuore d’un bimbo che ne abbia bisogno, perché di esso possa vivere ancora… Per la nostra scrittrice ed artista la vigilia dei nostri sensi, per dirla con Dante, non s’interrompe mai. Il suo libro di emozioni trasfigurate, e rassicuranti, per quanto sofferte, riflessioni, poco prima di concludersi, registra questa invocazione: “Ma nel momento in cui ti maledico, per timore ch’io possa, in qualche modo, spezzare il filo, mi mostri l’altra faccia… di filosofa, scienziata, artista… E io torno ad amarti più di prima. “Titolo del brano: “Lettera alla vita”.

Claudio Angelini Jero
note biografiche: saggista, traduttore, poeta

RIFLESSIONI
di Nadia Angelini
su
E l’alba parlò di Gabriella Quattrini

   Gabriella Quattrini, è poeta… è narratrice? Si, senza dubbio, entrambe le definizioni le appartengono; tuttavia c’è un particolare che non può assolutamente sfuggire nel contesto di un’autrice che, così appassionatamente, ama negare questi suoi eclettici positivismi.
Ho letto abbastanza dei suoi lavori, per averne una idea già molto chiara. Quest’ultimo suo piccolo indovinato ninnolo, da aggiungere ai delicati suoi gioielli, mi ha davvero molto favorevolmente impressionata.
E l’alba parlò… è una piccola raccolta,.. d’amore!
Amore che viene porto a pieno cuore, oso dire, poiché soltanto questo salta agli occhi.
Ho ritrovato tra le sue parole un’ innocenza che sbalordisce, se rapportata ad una donna adulta, un candore di sentimenti che mi ha portato a pensare d’aver sotto gli occhi il diario di una liceale /mi mettevo diligentemente in fila e m’incantavo ad osservare le miriadi di scintille che la pietra focaia sprigionava/.
La sua alba non parla soltanto, la sua alba si colora e vola, di là e sopra il monotono scorrere dei giorni e delle ore!
Non c’è arrendevolezza in lei, in quegli aneliti che la portano a ricordare e desiderar d’ascoltare ancora la voce di Bibì, /Non andartene… parlami del tuo angelo Burk… nostra madre è morta: sono sola!/.
Ho percepito, leggendola, una carica emotiva non comune, una “Vis animi” che, sono convinta, lei non sa di possedere.
M’è parso d’aver davanti un’anima nuda e tra i mille anfratti che custodiva, in piena luce: ho visto tanto Amore.
La malinconia, la solitudine, i rimpianti; tutto è in penombra!
Come può una donna, che sa amare così, essere sola?
Neppure la livida luce della sua alba è riuscita a scolorare, quel meraviglioso ventaglio rosso scarlatto che riflettono, le sue emozioni!
Eccomi… sono io! Sembrano dire le sue parole.
Ed immediatamente si pone, davanti a chi legge, la figlia, la sorella, e soprattutto la madre.
Colei che vorrebbe riavere in grembo suo figlio, per regalargli un’altra fanciullezza.
La stessa donna che, piange di commozione, quando ricorda il successo teatrale della sorella Paola ed ancora quella che si rivolge, con accenti di affettuosa ammirazione, in una sua lettera, al professor Giorgio Carpaneto, dopo aver letto l’opera di Lui, “Rotaie interrate”.
La musicalità che ci viene regalata dai suoi versi, sia quando parla al suo primo amore /sono ancorata a te… senza timone/insieme approderemo dove e quando/l’onda “caparbia che ha rubato il sogno/ si romperà su un cuore di corallo./che quando paragona la sua vita a un filo rosso di trapezio:/Se un giorno Tu vorrai sbendarmi gli occhi/dalle tante bandiere in cui ho creduto/. Oltre che poesia, io la giudico un “Canto alla vita”; il canto di una creatura che si definisce saltimbanco, cantastorie: Poeta, dico io, anima bella e chiara!
La Quattrini ha svelato, in quarta, il suo segreto: quello di regalarsi un sogno prima d'addormentarsi ogni notte. In questa piccola raccolta, edita da “TERRE SOMMERSE”, elegante e di pregevole fattura, lei ha permesso al lettore di far parte di un gran bel “SOGNO”
Complimenti all’autrice!

Nadia Angelini
note biografiche: romanziera e poetessa

CULTURA
organo dell'istituto Europeo per le Politiche Culturali e Ambientali
Direttore editoriale: Andrea De Liberis - Direttore responsabile: Mario Scaffidi Abbate

da CULTURA: poesia e musica


.

CONSIDERAZIONI SCONSIDERATE
di Salvatore Veltre

    In un salotto letterario ho avuto il piacere di conoscere un personaggio come Gabriella Quattrini, la quale mi ha fatto poi pervenire alcuni suoi volumetti di poesie e racconti.
Non avrei mai immaginato d’incontrare una persona così viva e interessante, che attraverso i suoi versi reclama e sogna i misteri dell’universo.
Una poesia filosofica la sua che lascia in sospensione la mente, per poi riappacificarsi con i richiami ancestrali: l’infanzia, la gioventù, la vita con tutti i suoi risvolti, la morte come amica.
“Tinvidio morte!/ché da che mondo è mondo/non hai dimenticato di abbracciarti/una vita soltanto:/sei forse Vita per amarla tanto?”
Indubbiamente, una poetessa di grande spessore esistenziale:
“Le cose veramente importanti/sono quelle che niente e nessuno potrà più renderti?”
Talvolta, sembra di poter raggiungere il verso nella sua intima consapevolezza per poi sfuggirti e lasciarti sospeso tra sospiri e commenti.
“Amica mia Poesia/per non lasciarti nuda/io ti ricoprirò di quei silenzi/che impongono al Pensiero di tacere!”
Questa è Gabriella Quattrini: una donna sola con sé stessa e i suoi fantasmi, che sanno parlare anche quando tacciono, sicuri di poter colmare il suo cuore in cerca sempre di qualcosa che non esiste.

Articolo stampato sulla rivista “FOLLIA DI NEW YORK” scritto dal sociolo, psicologo, filoso, poeta, saggista SALVATORE VELTRE.

PALCOSCENICO

Nell’oscurità del teatro deserto
quando l’ultimo spettatore se n’è andato
sono io
l’unico tuo pubblico.
Seduta nella poltrona di velluto rosso
batto le mani
a te che
allodola indemoniata
volteggi sul palcoscenico
e danzi parole d’amore
che non furono mai dette.
Parole ricoperte di stracci
che tu
menestrello della memoria
incanti con la tua voce
di albe cristalline


Gabriella Quattrini e il musicista Massimo Moriconi
ricevono il Premio Europeo UNICEF per la canzone I classificata

CON GLI OCCHI DELLA MENTE

    Nel secolo scorso, alcuni testi del poeta francese Alphonse de Lamartine sono stati musicati da Franz Lizt. Oggi, sempre di più i libri sono accompagnati da CD, come nel caso di Andrea de Carlo, in testa alle classifiche della narrativa italiana con il romanzo I veri nomi, al quale sono allegate musiche dello stesso autore.
Però lei allea da sempre poesia e musica. Lei, Gabriella Quattrini che seduce il suo pubblico con performance di alto livello.
“A volte i ”colpi di fulmine”, se gestiti “ intelligentemente” da entrambe le parti, lasciano segni indelebili nel cuore e nella mente di chi li vive”, mi confessa Gabriella nascondendo lo sguardo dietro i larghi occhiali scuri. “Col tempo essi diventato più importanti di quelle banali storie d’Amore che il tritume della vita rende spesso squallide e noiose. Io paragono il ”colpo di fulmine” ad un cocktail afrodisiaco dove desiderio, curiosità, passione, mistero, se miscelati sapientemente, regalano, a chi ha la fortuna di sorseggiarlo, il gusto dolce e raffinato dell’Amore. Al Teatro Sette lo scorso 13 novembre ho rappresentato, per rafforzare questo mio concetto, sia un brano del CD ”Amore colorato” sia “Annamo”; canzone in dialetto romanesco tratta dalla commedia musicale ”Inventati l’Amore insieme a me”

Che cosa vedono gli occhi della mente che non vedono gli occhi del cuore? L’Amore “dimora” nella “ricca culla del pensiero”: perché non del cuore?
I miei Amori, le mie “avventure”, li ho vissuti più a livello cerebrale che emotivo. Ho sempre pensato all’Amore come ad una” bell’invenzione” per persone intelligenti. Il cuore, data la sua natura permissiva del “volemose bene!” non ti permette di gestire un Amore intelligentemente, anzi gli impedisce di crescere forte e responsabile al punto di renderti nei suoi confronti un dipendente “schiavo d’Amore”. Mentre gli occhi della mente, vigili e attenti, impediscono a chiunque di sbranarti in nome dell’Amore.

L’Amore come proiezione: gli occhi dell’amato si trasformano in mille specchi in cui ti vedi moltiplicata. Che cosa intendi esattamente?
In quei mille specchi io mi vedo mille volte femmina, vedermi moltiplicata all’ennesima potenza toglie in me ogni incertezza e dubbio perché in quei mille specchi io proietto anche il mio mondo. Credo che l’Amore sia soprattutto proiezione di ciò che amiamo e crediamo. Tu stai citando un verso di “Amore colorato”, uno di quei rari, ma stupendi incontri occasionali da me vissuti.

“Sul marciapiede della Fantasia/ insieme a quest’Amore colorato/ per caso, ho ritrovato/ un po’ di Vita mia”.
Il CD è pieno di rapide riflessioni, sparse qua e là con noncuranza. Emerge la tua visione della vita, colorata, in cui godere appieno della felicità di un momento, ma anche una sofferenza d’antica origine.

Non credo alla felicità lunga e duratura, come non credo nel grande Amore.
Avevo pochi anni e già sostenevo che l’Amore più grande era quello nato insieme a me: col tempo ho imparato anche a spenderlo con parsimonia e tesaurizzarlo.

Si dà tutto per Amore: si “regala il mondo per far spazio all’altro”, “si danno le ali perché l’altro voli via”. Parli di “cuore senza vene”, “cuore senza voce”: quand’é stanco il cuore? Se ama tanto?
Quando rimane solo e smette di respirare!

La sensualità, di cui sono piene le tue poesie, é un mezzo che consente di unirsi più profondamente all’altro?
La mia sensualità la uso spesso come provocazione, per avere il piacere di poter dire anche ”no!”. Mi è sempre piaciuto essere desiderata e molto meno “consumare” o essere “consumata”; certe cose si fanno sempre in due con uguale partecipazione.
Adoro i cocktail afrodisiaci dal gusto dolce e raffinato.

Come avviene nella pratica la fusione tra i versi e la musica, la collaborazione con i musicisti con i quali lavori?
Non mi fondo con loro come persone, è la musicalità nata insieme con me che si fonde con la loro musica.

Che cosa aggiunge alla tua scrittura lavorare con un figlio artista?
Lo spiego nella dedica del mio CD, artista o no mio figlio è stata l’unica mia realtà. Io l’amo perché figlio. Quando penso a lui lo chiamo ancora ”chicco di grano” perché aveva capelli biondi e setosi. Oggi, anche se le sue tempie sono brizzolate, mi rimane difficile pensarlo uomo e artista di successo. Ultimamente mi ha dato la possibilità di realizzare il CD ”Con gli occhi della mente.” I suoi assoli di contrabbasso mi strappano ogni volta lacrime di commozione, non per la sua bravura, ma perché figlio.

Hai affermato che sei “esplosa” quando hai scoperto la musica. Quali corde della tua anima ha toccato?
Ho trovato finalmente il tappeto giusto dove appoggiare i miei pensieri.

Che cos’è per te esattamente il palcoscenico?
Il palcoscenico è il mio cornicione della Fantasia dove, in stato di sonnambulismo, mi racconto e racconto nell’attesa di salire su un Anfiteatro senza tempo, per rappresentare finalmente quella Vita che avrei voluto vivere, senza più doverla filtrare attraverso un vetro colorato per amarla di più.

Quale altra favola ti stai regalando?
La "favola" mi è congeniale, sia perché mi permette di correre a "briglie sciolte" come un cavallo pazzo, sia per il sapore dolce che la favola regala anche alle cose più amare.
In questo mio ultimo lavoro parlerò di una donna che, a causa di una violenza subita nell'età adolescenziale, s'identificherà, da adulta, in una prostituta. E, come tale, diventerà un'assidua frequentatrice di "salotti sbagliati".
E sarà proprio in uno di questi "salotti" che la protagonista incontrerà un Amore.
Un Amore che le farà ritrovare la sua vera identità di donna.
Questo Amore le regalerà una bella favola: "ETERNAMENTE INSIEME IN UN CASTELLO INGLESE" che l'autrice condurrà con la tecnica di un testo teatrale, proprio come una commedia.
Non posso dirti di più, ma fin da adesso posso assicurarti che non appena sarà ultimato questo mio lavoro, sarai la prima persona a cui l'affiderò per una severa critica.

SENZA MISERICORDIA

Ho apparecchiato l’altare della mente
per celebrare il giovanile rito
che, con l’arte sottile del piacere,
risponde al desiderio
succhiando dalle arterie del pensiero.

Libera dalla fame e dalla sete,
senza misericordia,
ho dato in pasto all’anima
la mia voglia confessa
quel che resta di essa.

Un cuore senza vene non batte per Amore,
ma un pensiero bagnato
può acquietare la mente
da un ricordo che brucia
quando parla di te.

    Gabriella Quattrini, poeta, attrice, autrice di canzoni e testi teatrali, appartiene ad una nota famiglia romana di artisti, attori e musicisti. La tematica preferita di Gabriella Quattrini è l’Amore. Negli anni ottanta scrive una commedia musicale in dialetto romano Inventati l’Amore insieme a me, commedia che lei stessa ha interpretato e rappresentato in diversi teatri di città italiane. Paroliera, incide dischi con l’editore Bideri, sigle per la Televisione con il Maestro Stelvio Cipriani, mentre, con il figlio, Massimo Moriconi, jazzista di livello internazionale, partecipa e vince per due anni consecutivi il Primo Premio al Festival Europeo della Canzone, promosso dall’U.N.I.C.E.F. e svoltosi ad Amsterdam. Fine dicitrice oltre che con l’Unione Lettori collabora con Associazioni e salotti culturali romani. L’Estate Romana l’ha vista protagonista sulle Piazze di Roma nelle vesti di poetessa dialettale. Recentemente ha dato alla stampa una Trilogia di Poesie e Monologhi, L’Amore, un fantoccio senza tempo edite da Nuova Impronta.

Fausta Genziana Le Piane

CYRANO DI BERGERAC
secondo Gabriella Quattrini

    E’ un piacere e cosa rara ricevere in dono una poesia con dedica da una grande artista: Gabriella Quattrini mi ha regalato una lirica intitolata Moderno Cyrano.Cyrano è famoso per il naso troppo lungo che lo imbruttisce e per la pubblicità di una nota marca di cioccolatini, ma è molto di più.
Uscito dalla fantasia della penna dell’autore drammatico Edmond Rostand, nato nel 1868 e morto nel 1918, Cyrano de Bergerac fu rappresentato nel 1897: il successo, il trionfo, immediati, furono dovuti alla foga del lirismo verbale, all’intensità e all’originalità delle immagini, al senso molto efficace dell’effetto drammatico. Senza preoccuparsi dell’identità storica del vero Cyrano (realmente vissuto nel 1600, autore di Voyage dans la Lune e Histoire comique des Etats et Empires du Soleil), Rostand ne fa un mito.
Gabriella Quattrini, poetessa, attrice, autrice di canzoni e testi teatrali, nonché amica, appartenente ad una nota famiglia romana di artisti, attori e musicisti, così vede questo magico personaggio: “Sempre in conflitto con la stupidità e l'ignoranza, egli ha sventolato i valori di una bandiera che non ha mai rinnegato: l'Amore, l'Amicizia, l'Onore. Filosofo, poeta, drammaturgo, in lui era radicata un'arguta ironia, una sfrenata fantasia. Un Uomo che ha saputo sacrificare sull'Altare degli Amanti un sentimento che non può che elevare il suo grande e generoso Animo. Un Eroe dei nostri giorni, perché Amore, Amicizia, Onore sono valori universali, attuali per ogni tempo. Ciao Cyrano, ti avrei sicuramente amato! Da un cantastorie che non disdegna la rima e l'assonanza”.

Fausta Genziana Le Piane

ODIERNO CYRANO (a Fausta)

Da moderno Cyrano
giochi a fioretto con le tue parole,
duelli con lo sguardo
sperando d'incrociare
una "superba" mente da sfidare.

Tu che conosci l'arte del "sapere"
senti l'accento dell'intelligenza
e quando essa si mostra
inizi il tuo duello
dove nessuno è vinto o prigioniero...
e tocchi solo il "libero Pensiero".

con affetto da Gabriella Quattrini

IL MIO EPITAFFIO


Ho incontrato la mia Vita
mi sono così divertita

che sono morta dalle risate.